“ Le veglie di Neri “

 

 

 

Dolci ricordi

 

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Mio padre, medico condotto in un comunello di montagna, guadagnava, quando io ero ragazzetto, cinque paoli ( monete papali ) al giorno, che oggi sarebbero due lire e ottanta centesimi.

Coi miseri incerti di qualche consulto, di qualche operazioncella e di qualche visita fuori della condotta si può calcolare che il suo guadagno giornaliero arrivasse a circa quattro lire, piuttosto meno che più.

Con queste doveva mantenere decorosamente la sua famiglia, un cavallo, un servitore, e me

all’Università…

Una sera dopo le vacanze del Natale, avevo allora diciassette anni, torno a Pisa con la

mia mesata d’ottanta lire nel portafogli.

Il rivedere gli amici mi mette allegria, vado a cena con una brigata di quei bontemponi, bevo, mi elettrizzo, giro cantando per le vie della città fino ad ora tarda, e da ultimo casco in una casa da giuoco, dove in un paio d’ore lascio tutta la mesata, più trenta lire di debito con un amico che me le prestò.

Una piccolezza, se vogliamo, ma una piccolezza che per le condizioni della mia famiglia era grave, forse troppo grave.

Arrivato nella mia cameruccia, mi buttai sul letto, ma non potei dormire.

Sbuffai, mi svoltolai continuamente senza trovar riposo.

Ebbi qualche breve dormiveglia, ma fu peggio.

Brillanti, assassini, miniere d’oro, coltellate, mostri paurosi, corse a perdita di fiato per deserti

a perdita d’occhio, urli, fischi, imprecazioni… sognai un po’ di tutto; e finalmente un grande

scossone e tanto d’occhi spalancati, grondante di sudore.

“Che si fa?”, pensavo. “Chiedo a qualche amico? Scrivo a qualche parente? a mia madre?

a mio…?  Ah!… qui bisogna uscirne presto. Un atto di contrizione, un po’ di dramma, quattro

urlacci, due tonfi, magari… e perché no? magari una fitta di scapaccioni, e tutto è finito,

e non ci si pensa più.”

Salto giù dal letto, mi faccio prestare pochi soldi dal primo amico  mattiniero che incontro, mi rincantuccio in un vagone di terza classe, e via a casa.

Il viaggio mi fece bene.

Parlai continuamente di politica, di guerra e di donne con un associatore di libri che andava a Signa, ed ebbi dei momenti nei quali, sognando sul serio gloria, armi ed amori, in faccia al mio associatore che mi guardava, stava zitto e fumava la pipa, dimenticate le mie miserie, mi sentii quasi orgoglioso d’aver anch’io la prima bravata da raccontare.

Ma quando vidi spuntare fra i boschi la torre del mio paesello, eppoi il tetto della mia casa

e il fumo che usciva dalla torretta del suo camino, la baldanza mi cadde e sentii le gambe

che mi tremavano.

Quand’arrivai a casa, mio padre non c’era. Mia madre si spaventò perché, vedendomi pallido,

mi credette malato.

“Non ho nulla, sto bene… proprio sto bene.”

Il suo viso si rasserenò subito e, fatta forte da questa buona certezza, ascoltò abbastanza

tranquilla, mentre preparava il desinare, il racconto che le feci dal canto del fuoco, dove

m’ero rannicchiato, scaldandomi alla fiamma che schioccava allegra sotto un paiolo di rape.

Quando ebbi terminato:  “Figliolo!… io ti domando come si deve fare a dirlo a quell’omo!”, esclamò guardandomi  sgomenta. Poi dopo una lunga pausa pensosa:

È impossibile! Come vuoi che faccia a renderti ora una mesata, se ce n’ha appena tanti

per andare avanti noi?!… Trovarli!… E dopo?… Non c’è carità, in questo momento non c’è

carità… Gli sta peggio quel malato e pare che vada a morire…”

Io stavo zitto a guardarla, lei si chetò.

Il tepore del mio nido, la stanchezza e il mugolìo del vento su per la gola del camino mi

conciliarono il sonno e, senza accorgermene, mi addormentai col capo appoggiato sulla

spalliera della seggiola.

Quando mi destai, vidi mio padre seduto dall’altra parte del focolare, che si asciugava alla

fiamma i calzoni fradici di pioggia. Pareva stanco ed era pallido. Tossiva malamente ed

aveva schizzi di fango fino sulla faccia.

Sentendomi muovere, alzò la testa.

“Buon giorno, babbo.”

“Buon giorno”, mi rispose. E non mi disse altro.

Dopo qualche momento si alzò, disse a mia madre d’affrettare il desinare perché aveva bisogno d’escir subito, e andò in camera sua.

“Glie l’hai detto?”, domandai trepidante a mia madre.

Essa mi accennò di sì.

“Che ha detto?”

“Ha domandato come stavi e s’è messo a leggere.”

Il desinare fu nero. I miei vecchi barattarono fra loro poche parole d’affarucci di famiglia, ed

io, sempre aspettando una tempesta, che mi avrebbe fatto tanto bene al core per votarlo

d’urli, di bile e magari di pianto; per vedere se in una sfuriata trovavo la gretola di non avere

tutto il torto io, ebbi a rimanere gelidamente trafitto dalle poche parole che nel tono usuale

e quasi con amorevolezza mi rivolse mio padre.

“Beppe l’hai veduto?” (era un suo vecchio compagno di studi che io avevo sempre l’incarico

di salutare quando andavo a Pisa).

“No…”

“Domattina partirai col primo treno… Ti chiamerò presto perché dovrai andare alla stazione

a piedi… Del cavallo ne ho bisogno io.”

“Sì.”

Finito il desinare, andò via. Tornò a sera inoltrata, prese un boccone e andò a letto, dopo

avermi fatto con gli occhi stanchi una burbera carezza.

La mattina dopo, mi svegliò alle cinque. Era buio, freddo, vento e nevicava forte. Quando

uscii di camera, mia madre, già alzata, mi aspettava per dirmi addio.

“Li ha lasciati a te i quattrini?” le domandai sotto voce.

“È là fòri che ti aspetta.”

Corsi sulla porta e alla luce della lanterna con la quale il servitore ci faceva lume, lì davanti,

mio padre già a cavallo, immobile, rinvoltato nel suo largo mantello carico di neve.

“Tieni” mi disse, parlando rado e affondandomi ad ogni parola un solco nell’anima. “Prendi…

Ora è roba tua… Ma prima di spenderli!… Guardami!…”, e mi fulminò con un’occhiata

fiera e malinconica. “Prima di spenderli, ricòrdati come tuo padre li guadagna.”

 

Una spronata, uno sfaglio, e si allontanò a capo basso nel buio, tra la neve e il vento che

turbinava.

 

Renato Fucini

 

( 8 aprile 1843 –25 febbraio 1921 )

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“ Le veglie di Neri “ultima modifica: 2011-01-10T11:06:00+01:00da wally_giana
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7 pensieri su ““ Le veglie di Neri “

  1. Ciao Wally e buona serata. E’ uno scrittore che non conosco.. ma quant’è bello questo racconto! C’è espressa una sensibilità che provoca quasi nostalgia per qualcosa che non c’è più. I sensi di colpa, il rapporto tra genitori e figli, il rispetto, l’orgoglio, il sacrificio… tutti valori che, oggi, sembrano scomparsi. E’ stata veramente una bella “proposta” la tua.

  2. Ciao Wally e buona serata a te!! Si, in effetti, a rileggermi sono stato un po perentorio!! Però, un saluto volevo lasciartelo, anche se stanchissimo. Infatti, ieri sera ho “acceso” per una mezzoretta… ma crollavo davanti al video!! Sembra proprio che “più invecchio” e più ho bisogno di riposo come “na creatura”!!! Sarà pure lo stress, il freddo…. che ne so!!! E’ un po di sere che arrivo alle 22 e comincio a vacillare!!

  3. … quale ultima? Quella dove ha affermato che se non si realizza l’accordo tra Marchionne ed i sindacati, le imprese italiane avrebbero tutte le ragioni per andare a lavorare all’estero?

    Ciao Wally e ancora buona serata! Questo, è un Capo di Governo che sarebbe da fucilare… ed alla schiena! Come i vigliacchi!

    E’ una figura politica che ha devastato questo Paese!

    Comunque, tranquilla: quando torna, per i tonti che gli credono, avrà pronta la solita smentita, le solite accuse sui giornalisti che travisano, il tutto seguito dalla solita sguaiata barzelletta!

    Tutto, come da copione!

    Notte buona a te e ciao!

  4. Ciao Wally e buona giornata. Ho letto che il vostro buon prefetto, è un parente stretto dello scajola!!! Mentre il secondo non sapeva che viveva in un appartamento pagato da “altri”, il primo si è accorto di avere un bagno con sauna, idromassaggio e cromoterapia… per la modica cifra di 105mila euro!!

    Ed a me, hanno bloccato lo stipendio!!! Prima o poi, ne dovrò parlare di questi signori dirigenti, del pubblico impiego!!!!

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