Piccola storia

Un bravo allenatore di calcio, una normale famiglia bolognese nel tritacarne dell`odio razziale.  Fino alla soluzione finale.
Piccole storie di una grande vergogna
Arpad Weisz era un allenatore di calcio di origine ebraica finito ad Auschwitz dopo la promulgazione delle leggi razziali.

E poi, come tanti, dimenticato.
Un recente libro di Matteo Marani, direttore del “Guerin Sportivo”,  ne ricostruisce la vicenda.

Weisz è stato l’allenatore che ha vinto di più insieme a Carcano nel periodo prima della Seconda guerra mondiale: ha vinto uno scudetto con l’Inter – allora Ambrosiana – nel 1930, e due consecutivi nel ’35 e nel ’36 con il Bologna.
E un terzo scudetto con il Bologna, quindi il quarto complessivo di Weisz, tenendo conto che nel campionato ’38-’39, che poi il Bologna avrebbe vinto, Weisz fu allontanato, anzi cacciato dall’Italia a causa delle leggi razziali.


L’unica colpa di Weisz era quella di essere ebreo nell’Italia ” sbagliata ” ,  nel momento sbagliato…

Questa è l’unica “colpa” di Weisz, nel senso che fu la  sua sfortuna.


Lui era ebreo, ebreo ungherese: nel 1938 le leggi razziali caddero come una mannaia su questo Paese in quella che rimane probabilmente la pagina più squallida, non solo più triste della no­stra storia.
Weisz fu costretto in quanto ebreo straniero a lasciare subito il paese.

Ebbe nella sfortuna un’ulteriore sfortuna: all’ultimo momento Mussolini cambiò il decreto che riguardava gli ebrei stranieri retrodatandone la validità dal 1933 al 1919.
Un cambiamento decisivo per Weisz, arrivato in Italia, a Padova, nel 1924: quel cambiamento lo costrinse all’esilio.

Il suo peregrinare attraverso l’Europa lo porterà proprio nelle fauci dei nazisti.
La famiglia Weisz, lui ,  due figli e la moglie Elena, dall’albergo parigino in cui si rifugiarono nei primi tre mesi dopo Bologna  poi fuggirono  in Olanda.


A Dordrecht,  avvenne il rastrellamento, nell’agosto del 1942, che ne determinò il trasferimento prima nel campo di Westerbork e poi a Auschwitz.

Ciò che colpisce di più di questa vicenda è come un uomo normale, in una famiglia normalissima, che vive nel cuore di Bologna nel 1938, venga sbalzato nel gorgo della Storia fino a scivolare progressivamente verso Auschwitz e la “soluzione finale”.

Spesso si pensa alla Shoah come una cosa lontana, di altri paesi, della Germania, dell’Olanda, dell’Est-Europa.

Questa è una storia di discriminazione raz­ziale che invece si è iniziata a scrivere in una via di Bologna tutt’oggi abitata da famiglie bolognesi.

Auguriamoci  che, oltre alla sua parabola di uomo di sport, anche quest’altra lezione che Arpad Weisz ci ha lasciato non venga dimenticata. 

Matteo Marani è direttore del settimanale il “Guerin sportivo”
e autore di un libro su Arpad Weisz
 Dario Ricci , l’ intervistatore , è giornalista di Radio24-IlSole24Ore

Piccola storiaultima modifica: 2009-01-27T18:02:54+01:00da wally_giana
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4 pensieri su “Piccola storia

  1. Ogni volta che leggo di storie come queste mi sale l sangue alla testa,non riesco a comprendere il silenzio della gente in quel periodo.poi mi accorgo di quanto siamo ancora complici attualmente di tanta barbaria nel mondo..sento un silenzio…assordante,un vuoto..
    P S molto belli i tuoi post,molto interessanti e….fanno male,fanno pensare,riflettere…
    sono felice di rileggerti..un bacio dolce

  2. POSSO SOLO PARLARE CON LE PAROLE DI BRECHT:

    Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
    e fui contento, perché rubacchiavano.

    Poi vennero a prendere gli ebrei
    e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

    Poi vennero a prendere gli omosessuali,
    e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

    Poi vennero a prendere i comunisti,
    ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

    Un giorno vennero a prendere me,
    e non c’era rimasto nessuno a protestare.

    Bertolt Brecht

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