Voglia di Siberia


Ecco, sembrava proprio che, per il Partito Democratico, il vento stesse cambiando.
Che la manifestazione di Roma fosse riuscita, alla faccia della Questura, e che fosse quindi finita, anche in base ai sondaggi, la luna di miele fra governo e opinione pubblica.
Che l’offensiva berlusconiana contro l’Università e la Magistratura fosse stata momentaneamente fermata.
Che pure sul federalismo, grazie al buon senso della Lega, si ricominciasse a discutere, se non proprio a dialogare. Che le elezioni in Trentino fossero state vinte.
Che Obama fosse stato eletto, con i complimenti a Veltroni di un Cossiga ormai definitivamente sfuggito al controllo degli infermieri.
Qualcuno cominciava addirittura a pensare, non che Veltroni fosse un precursore di Obama, ma Obama un imitatore di Veltroni. Persino i coniugi Mastella erano tornati a rilasciare interviste.
È stato esattamente a questo punto che la vicenda della Presidenza della Commissione di vigilanza Rai, iniziata insieme alla legislatura, ha assunto contorni che è eufemistico chiamare imprevisti.
Si sa, trattandosi di Commissione di garanzia, dev’essere presieduta dall’opposizione: assioma sul quale anche la maggioranza si è sempre dichiarata d’accordo.
L’unica problema è che l’esponente della minoranza da scegliere come presidente la maggioranza voleva sceglierselo lei: in base al noto principio berlusconiano del “faso tuto mi” (maggioranza e opposizione).
Di fatto, alla maggioranza Leoluca Orlando non andava bene: è dell’Italia dei valori, dunque giustizialista, ed è pure un filino ingrassato, negli ultimi tempi. Insomma, manco a parlarne, si va avanti per mesi con il muro contro muro, le votazioni in bianco, le mancanze del numero legale.
Veltroni tiene botta, sperando di ripetere il successo ottenuto con l’affossamento di Pecorella alla Corte costituzionale.
Poi, il colpo di scena: la maggioranza elegge a sorpresa, con il concorso determinante di due franchi tiratori della minoranza, tal Riccardo Villari, il solito ex democristiano napoletano in crisi di astinenza da poltrone, finito nel Partito democratico come il mitico senatore Sergio De Gregorio, nella scorsa legislatura, era finito nell’Italia dei valori: ossia per rendere più remunerativo il salto della quaglia.
Sembra la solita storia del quarto d’ora di notorietà che non si nega a nessuno, e invece Villari tiene duro anche lui, il quarto d’ora diventa ore e giorni, si mette a fare consultazione personali, incontra tutte le cariche dello Stato disposte a riceverlo. A quel punto maggioranza e opposizione si rendono conto di averla fatta grossa e – come probabilmente chi aveva progettato l’operazione aveva previsto sin dall’inizio – cambiano cavallo: concordano su un nome indiscutibile, una gloria dell’azienda Rai, l’inappuntabile Sergio Zavoli, e si illudono di aver superato l’impasse.
Macché, Villari si aggrappa alle tende, come Eleonora Duse, e dichiara di non volersene andare.
A questo punto della convulsa serata, lo hanno già supplicato di smetterla il presidente della Camera, quello del Senato e lo stesso presidente del Consiglio; manca solo il Papa, ma se son rose…
Veltroni, lui, dicono sia fuori dalla grazia di Dio; i senatori del Partito democratico, pur con tutta la democraticità di questo mondo, hanno deciso di buttarlo fuori dal Partito.
Solo che buttarlo fuori, ormai, è troppo poco; milioni di elettori del Pd, a questo punto, reclamano di spedirlo in Siberia.
Si può dargli torto?

 Mauro Barberis

Da ” IL SECOLO XIX “


Voglia di Siberiaultima modifica: 2008-11-21T11:31:38+01:00da wally_giana
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