La Corte di Cassazione “non ha cassato” !

 

Genova, Zona Rossa, luglio 2001

 

Zona Rossa , Mercoledì

Tratto da “IlSecolo XIX”, 18 luglio 2001

 

Sono arrivato ieri notte, con l’ultimo treno. Non l’ultimo della giornata, l’ultimo della settimana. Ho cercato finché ho potuto di essere ragionevole, equilibrato, adulto, ma alla fine ho ceduto e ho asceso il primo gradino della paranoia: l’ultimo treno, come a Yuma, come a Stalingrado, come a Varsavia: sto entrando in una città che sta per essere chiusa. Mi sono specchiato nello sguardo della gente che è scesa con me: circospetto, impacciato.
Ho fatto il mio ingresso al varco di Piazza Matteotti; ho consegnato lasciapassare e documenti al posto di blocco illuminato in un certo qual modo inquietante: luci forti e concentrate, ombre lunghe e dure attorno alla porticina nella barriera. Carabinieri in tenuta da campagna, stanchi, nervosi, mentre rasente la bandiera della torre del Ducale un elicottero militare indugia a esplorare con la sua fotocellula non so quale budello di vicolo. Tutto questo l’ho già visto in qualche film, ma io non sono in un film, non sto recitando, nemmeno i carabinieri sono attori. Tutto questo è realtà, compreso il sospiro di sollievo che esalo quando mi vengono restituiti i documenti. Di che cosa devo aver timore, io, cittadino incensurato, contribuente fedele? Di nulla, proprio di nulla. Allora perché mi sento sollevato se i tutori dell’ordine mi lasciano andare a casa a dormire?
Paranoia. Che mi piaccia o no, non riesco ad essere più forte della situazione, né abbastanza intelligente da saper distinguere l’immagine dalla sostanza della situazione. Si, paranoia. Già ieri prima di arrivare mi sono accorto di esserci cascato. Al telefono. Quando ho censurato un’amica che mi parlava dei primi disagi. “belin, ci metterei una bomba!” ha esclamato con la voce dell’innocenza. Quante migliaia di volte ciascuno di noi ha imprecato a quel modo? Ma questa volta mi sono preoccupato di spiegarle di stare attenta a parlare. Lei non ha capito, è troppo giovane, nuota nella democrazia. Io ho qualche ricordo in più di lei. E non solo io. Ho notato che in questi ultimi giorni parecchie altre persone fanno un uso assai più distaccato della conversazione telefonica. O forse è solo una mia impressione. In ogni caso un pessimo segno.
Sono settimane che immaginiamo, disegniamo, pronostichiamo la Zona Rossa. Ma questa mattina è la realtà. Mi sveglio nel silenzio: non c’è il mercato sotto casa, non c’è la coda al semaforo. Esco nel vuoto. Vuoto di passi, di voci, vuoto di bambini ansiosi d’acquario, vuoto di negozi e di merci, vuoto di colori. Nel vuoto si muovono uomini in divisa, silenziosi, cauti. In via Gramsci si muove a passo d’uomo un lungo corteo di idranti.
Per arrivare in De Ferrari, devo superare quattro controlli. Al terzo comincio a familiarizzare con i militari. Battute un po’ meste, auguri, anche. Scoprirò anche in seguito che nella gran parte sono gentili e pazienti. So che ognuno di loro ha dovuto leggere un manuale di comportamento. Evidentemente è un buon manuale. Ma due vecchie signore con la sporta sotto braccio sono in fila davanti a una grata presidiata: dove ho già visto questa fotografia?
Piazza De Ferrari è stupenda e tremenda, perfetta e assolutamente deserta, senza neppure un passaggio dei piccioni. Non la vedrò mai più così per tutta la mia vita. Comunque lo spero: credo che sia questo l’effetto della bomba al neutrone. C’è qualche negozio aperto. Entro dappertutto a comprare qualcosa: per solidarietà, forse, per simpatia, per non sentirmi l’unico sopravvissuto. C’è pure una farmacia funzionante e mi controllo la pressione: perfetta. Il farmacista non si fa pagare.
Alla fine mi perdo nei vicoli nel tentativo di trovare un varco aperto verso la zona Gialla. Si è perso con me un tale. Mi si accosta e mi dice in confidenza: “Visnù è incazzato, loro non lo sanno quanto si sia incazzato Visnù”.

 

 

Zona Rossa, giovedì

IlSecolo XIX, 19 luglio 2001

 

Esco di casa di buon mattino a vedere se riesco a trovare un po’ di provviste. Naturalmente ho provveduto per tempo alle scorte, ma qualcosa nell’organizzazione deve aver fallito, perché mi trovo con dieci confezioni di prosciutto crudo, diversi chili di frutta sciroppata e nemmeno un pezzo di pane. Incontro il signore del primo piano che è già di ritorno a casa con un sacchetto di patate. “Bombe!” è il suo saluto cordiale “Bombe!”. Si, ieri è stato il giorno delle bombe. Gli chiedo se ha paura. “Io?” risponde offeso “figuriamoci, sono nato, il giorno del bombardamento navale del 41!”. Io e lui siamo gli unici rimasti nel palazzo e da quello che vedo probabilmente gli unici di tutto il quartiere del Molo. In tutta la zona rossa ho contato cinque civili. Di tutta l’enorme macchina organizzativa del G8, forse la cosa che ha funzionato meglio, è stata l’evacuazione spontanea, silenziosa, a gratis, degli abitanti della Rossa. Un bel po’ di migliaia di persone che sono sparite nel nulla.
L’occupazione è completata. Solo umani militari e mezzi militari che presidiano il vuoto assoluto. Se questa è l’immagine del G8 se ne può solo dedurre che gli uomini più potenti del mondo possono solo incontrarsi nel niente, prigionieri né più né meno del sottoscritto di una gigantesca rete da pollaio. Mi chiedo se si sentiranno un pochino depressi, mi chiedo se non soffrano nemmeno un po’ per sentirsi così poco amati quando passeranno tra le saracinesche abbassate, le finestre chiuse.
Mi metto in cerca di un tozzo di pane. Alla barriera di Piazza Matteotti, chiusa, una signora sta parlando con una ragazza di là dalle grate. È sua figlia, una della zona gialla: si incontrano lì due volte al giorno per stare assieme qualche minuto. Da una radio pattuglia giunge notizia di una bottiglia sospetta in una fioriera a Bolzaneto. Bottiglia sospetta? Cosa rende sospetta una bottiglia? A Piazza San Giorgio due fotografi fanno togliere il pass e travestono da turiste due giornaliste niente male. Poi cominciano a scattare le immagini che domani racconteranno al mondo il grande spasso dei turisti nella città del G8.
E niente pane. In un bar ancora aperto arraffo i cornetti che sono avanzati dalla colazione della pattuglia posizionata accanto. Esco e mi casca l’occhio su un carabiniere che si sta infilando dentro un furgone-cellulare con le braccia stracariche di focaccia, buona focaccia genovese. Cristo, dove è andata a pescarla? Chiedo o non chiedo? Dall’interno del cellulare una voce autoritaria ordina: “Mi raccomando, non uscite con i ghiaccioli in mano.” Lascio perdere.
E me ne vado nella Gialla dal varco di piazza Cavour. Esci pensando di tornare alla vita e ti ritrovi nello stesso deserto .Piazza della Vittoria e corso Buenos Aires mettono lo sgomento da tanto che sono silenziose. Mi metto in cerca di un posto dove mangiare camminando in mezzo alla strada, senza curarmi dei semafori, fantascienza pura. Alla fine chiedo a un gruppo di poliziotti se sanno darmi una dritta. Come no, alla Pizzeria Marechiaro. E pranzo con non meno di duecento poliziotti a fine turno. Non avverto tensione o preoccupazione: è solo gente stanca e affamata.
E poi, finalmente, trovo segni di vita. C’è della musica e vado dietro alla musica; è così straordinario sentirla in questo deserto che cammino quasi a passo di danza. E così mi ritrovo nel centro storico , a Sarzano. Non riesco a capire quanta gente ci sia, ma ne vedo abbastanza per rincuorarmi: da qualche parte Genova è piena zeppa di umani. Ragazzi perlopiù e piuttosto allegri. Sono i primi arrivati del temutissimo popolo vagante che ha costretto i potenti tra le grate. Non so bene cosa pensano al di là dei loro cartelli e di molti di loro non conosco neppure la lingua che stanno parlando, ma le loro facce mi piacciono.
Scroscia un enorme applauso: dalle finestre di un bel palazzo borghese una signora ha steso una lunga fila di multicolori mutande. Quel genere di arredo urbano che sarebbe bene evitare per rispetto a Lui e rispetto agli altri Sette.
Scendendo scopro che tutti i varchi sono stati chiusi, la Zona Rossa è stata completamente isolata, casa mia è momentaneamente esclusa dal diritto di uso e proprietà. Mi siedo su una barriera anti sommossa, prendo un volantino che mi è stato dato da un volontario della pace israeliano e sul retro comincio a scrivere il mio diario

 

Zona morta, venerdì

IlSecolo XIX, 20 luglio 2001

 

Scrivo e so già che c’è un ragazzo morto. Posso, in coscienza, fare il mio raccontino come se questa fosse l’ultima delle cose che ho visto? No, quel ragazzo è l’intera giornata, tutto il G8, tutta la realtà, l’unica realtà definitiva. Rileggo gli appunti che ho preso, ma non vanno da nessuna parte, hanno perso senso e ragionevolezza. È morto un ragazzo e tutto quello che so di lui è che ha un buco in testa, forse ha vent’anni e forse è spagnolo. È un ragazzo in maglietta riverso su del sangue che è suo.
Adesso tutto il resto non conta o conta soltanto perché porta lì, a quell’immagine.
Allora mi sta bene ricordare che la prima cosa che ho visto questa mattina sono stati i fiori e le ghirlande appesi alle grate della barriera di Salita Pollaioli. E ricordare pure che la prima cosa che ho pensato è stata: questa non è più la Zona Rossa, questa è Zona Morta. Stamane è sparito anche il minimo segno della città vivente, della città civile. Eccezion fatta per i fiori, per qualche lenzuolo appeso alle finestre dei grandi palazzi patrizi e una vecchietta, desolata vagabonda appresso al suo cane.
Non c’era la signora a parlare con la figlia alla barriera, e questo è stato il peggior segnale.
Non avrei voluto restare e me ne sarei andato, andato nella città di fuori, se solo mi avessero assicurato che sarei potuto tornare. Ma oggi la Zona è chiusa, mi è stato detto: o di qua o di là. Agghiacciante, precisa descrizione dello stato delle cose: oggi c’è un di qua per i potenti, gli addetti ai potenti e gli addetti all’informazione sui potenti e un di là per tutti gli altri.

Di là dalle grate, oltre le muraglie di blindati e container, c’è la città, la città della gente, di tutta la gente che è rimasta e che è venuta, e alle dieci di mattina sbircio in lontananza verso levante il primo fumo, proprio mentre sopra il Ponte Monumentale planano leggeri e discreti, uno appresso all’altro, gli aerei degli ospiti attesi.
Se valesse ancora la pena di fare gli spiritosi potrei constatare un altro grande successo dei movimenti antiglobal: Via Venti Settembre questa mattina è già piena di merda. Non c’è stato uno sfondamento notturno né un bombardamento all’alba della componente ludica del movimento: sono i cavalli, centinaia di enormi cavalli da guerra della polizia che non hanno saputo tenersela.
Faccio il giro dei varchi. Per tutto il giorno altro non farò che percorrere il perimetro di ferro della Zona, come si vede negli zoo fare a tutti gli animali, feroci o mansueti che siano. Con me fanno il giro giornalisti fotografi di mezzo mondo, spaesati, ignoranti di cosa sia un sampietrino, del significato recondito della pioggia di aglio.
Alo varco di via Casaregis quelli di là dalla rete tirano appunto un bel po’ di teste di aglio e tre sampietrini , di qua sparano fiumi di acqua e due o tre lacrimogeni. Roba da poco, screzi. Bruno Vespa oggi fa il reporter di strada armato di una mezza cipolla, rimedio principe contro i pessimi effetti del gas lacrimogeno. Chissà se è un personale ricordo o il buon lavoro della sua redazione.
Ma in piazza Dante, sotto i grattacieli , non sono screzi, non proprio. Chi ha un po’ di esperienza di manifestazioni dovrebbe sapere che quelli di là non sfonderanno, non potranno e non vorranno. Eppure quelli di qua usano una durezza che è fatta per scaldare non raffreddare. È come se non bastasse il puro e semplice fatto che la barriera non verrà sfondata, ma si volesse difendere il principio che non lo si deve fare. Ho visto punire con gli idranti e i lacrimogeni tentativi simbolici, non assalti. Ho visto in piazza Dante caricare alle spalle il corteo che sta sfollando.– Aho, come scappano– , commenta soddisfatto il capoposto. Congratulazioni tenente.
Non un graffio di qua, niente di più pericoloso di un po’ di aglio. La Grande Muraglia neppure vibra sotto i colpi di quelli di là.
Di là dove per tutto il giorno mentre sfilavano decine di migliaia di pacifici, una banda di duecento trecento idioti criminali, auotoconvocatisi vendicatori del mondo offeso, metteva a ferro e fuoco la città, guardati a vista da ciò che rimaneva dei difensori dei potenti di qua. Guardati. Finché non è stato il momento buono per chiamare il morto. E il ragazzo è venuto.

 

 

 

Zona Rossa, Domenica

IlSecolo XIX, 22 Luglio 2001

 

Questa mattina sono tornato nella Zona Rossa per partecipare con esemplare gesto by partisan alla manifestazione degli Otto. Per rientrare ho fatto un giro lungo; ho voluto avere ben impresso e vivo nella mente ciò che nella città di fuori tra Albaro, Terralba e Foce è costato ieri ciò che di buono questa mattina si saprà dalla voce del Presidente di turno del G8, onorevole Silvio Berlusconi. Già alle sette di mattina molto è stato pulito e portato via, ma non si è fatto in tempo a cancellare la desolazione dell’unico essere umano che incontro per strada, un giovane uomo che guarda immobile per un tempo infinito la devastazione della sua via e del negozio sotto casa come se non sapesse risolversi di vivere nella realtà. Passo anche dalla scuola Diaz, dove questa notte le forze dell’ordine si sono prese la loro vendetta. Guardo il sangue sui termosifoni e mi chiedo se quel sangue vendichi questa città e se questa città abbia mai chiesto vendetta oppure si aspetti giustizia. Questa città, la Città. Fuori da quel sistema di sicurezza perfetto, da domani esportato in tutto il mondo, che ha permesso ai grandi di lavorare in santa pace.
Vado alla Sala Stampa per prendere atto di tutto questo lavoro. Non ci ho mai messo piede, avendo scelto di essere cittadino residente e non giornalista accreditato. Mi sono perso qualcosa: mai vista in vita mia tanta tecnologia mediatica concentrata in un posto più chic e tante menti mediatiche meglio assistite. Mi basta solo dare un’occhiata al buffet per capire che comunque vada, sarà un successo.
Ci sono più di mille giornalisti ad aspettare il Presidente, si stanno tutti bruciando i neuroni appiccicati ai cellulari. Capto lacerti di danese, di greco, di inglese, di tedesco. Da quel poco che posso capire ho l’impressione che si stiano occupando dell’altrove, del di là, di ciò che sta succedendo in Questura e alla Diaz. Una reporter televisiva giapponese non più alta di Barbie sta supplicando un’interprete per essere portata alla Diaz. L’altro giorno l’ho vista al varco di Piazza Dante con un elmetto da operaio siderurgico in testa farsi sotto a riprendere le cariche di là dalla rete.
Ma ecco il presidente, e i giornalisti si sono fatti disciplinata platea silenziosa. Il presidente è cordiale e impeccabile, compreso nel ruolo ma anche vicino. Spiega che in questi giorni ha visto con i suoi occhi gli americani baciarsi con i russi, i francesi con i tedeschi; non sazi, gli americani hanno baciato anche i giapponesi, nonostante il grande successo del film su Pearl Arbour. È stata fatta la pace tra i grandi, e ora che il comunismo è morto si avvererà la profezia: il lupo si giacerà accanto all’agnello, il leoncello alla giovenca. Accanto a me un signore compito di una testata inglese rifila al suo vicino una gomitata così franca che quello sta lì per svenire. I grandi hanno altresì appurato che per via del libero mercato basterà aspettare un po’ e non ci saranno più poveri in giro per il pianeta. Per intanto si sganceranno parecchi miliardi per la piaga delle pandemie che stanno decimando l’Africa. Nella fila davanti alla mia sento commentare a voce non troppo bassa nell’inconfondibile francese di Parigi che stanziare miliardi non fa male a nessuno. Per quanto riguarda l’ambiente bisognerà pur fare qualcosa, e il presidente si impegna in prima persona, visto che i grandi si dividono ancora e vogliono rifletterci su. Brusio di disincantata saudagi in platea.
E poi domande e alla fine buffet. Quanto è costato al mondo, quanto a Genova questo pur parler dei potenti?
Scendo nell’atrio quando giornalisti e addetti vari si stanno spintonando a centinaia per accaparrarsi quasi gratis cellulari Nokia al banco Wind. Mi metterei volentieri in fila se ci fosse una fila e non una ressa: è davvero un affare. Trovo in un angolo una confezione G8 di Pasta Barilla lasciata incustodita; l’arraffo e me ne vengo via.
Fuori stanno smantellando i varchi. Mi affaccio in Piazza San Lorenzo e scopro che all’improvviso, un istante dopo che i grandi hanno smammato, tutta la Genova scomparsa e sfollata si è riversata per strada. Genovesi sotto il cielo azzurro: pochi con il naso all’insù, quasi tutti con il naso all’ingiù. Non so se per tristezza, o per evitare ciò che ancora rimane delle cacche dei cavalli da guerra.

Maurizio Maggiani

 

 

 

La Corte di Cassazione “non ha cassato” !ultima modifica: 2012-07-06T16:47:04+00:00da wally_giana
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4 pensieri su “La Corte di Cassazione “non ha cassato” !

  1. Ciao Wally. Finalmente, credo, la recente sentenza della Cassazione sui fatti accaduti alla Diaz, ha fatto un po di giustizia non solo di quanto accaduto quella sera ed in quella scuola ma di ciò che una città intera ha dovuto patire e subire, per “ospitare” i così detti “grandi” della terra, riuniti per decidere di nulla. Fa impressione leggere la cronaca di quei giorni raccontata in questo modo un po “anomalo”, visto che i media allineati e coperti si sperticarono in tutt’altri resoconti. Impressione e inquietudine perché, in effetti, in quei giorni avvenne qualcosa di… anomalo per una città e per i tanti individui che ne rimasero coinvolti.

    Inoltre, mi vien da pensare che tutto quel dolore, quel sacrificio e quel patimento da parte di gente comune, per far incontrare e discutere “i grandi” della terra, non è servito a nulla visto che, a distanza di 10 anni, il mondo è nella merda più profonda, a tutti i livelli.

    Certo che la sentenza della Cassazione ha scoperto, definitivamente, parecchie porcate di quei giorni: di un Capo di Governo che per farsi “grande” blindò una città intera; di certi uomini politici della destra che in quei giorni erano a Genova (Questura); di certi vertici delle forze dell’ordine…. insomma, una brutta pagina della già brutta storia del nostro Paese quando, a governare o a “manovrare”, è la destra.

    Ciao Wally, buon proseguimento di fine settimana.

    p.s.: il mio, e fatto di un po di relax al lago. E’ vicino casa (10 minuti di macchina), economico e… di questi tempi bisogna accontentarsi!!!! Appunto, da statale!!

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